2009: le origini


All’epoca lavoravamo ad un progetto di educativa di strada nei dintorni della Stazione Termini rivolto a ragazzi che vivevano principalmente in strada o nei campi rom.

I ragazzi all’epoca non vivevano la strada come il loro contesto, ma come uno spazio di mobilità, era di tutti e di nessuno. In strada dovevano “lavorare”, erano controllati a vista. Sentivano la pressione, erano sfuggenti; spesso li incontravamo in contesti dove non si poteva parlare tranquillamente.

Ad un certo punto ci si è appoggiati in una stanza nella prima sede di Save the Children: si è lavorato sul concetto di nicchia. È stato un passaggio intermedio: la stanza per quanto piccola si è inserita fra noi e i ragazzi come uno spazio di opportunità.  Avevamo solo una postazione internet … ma non era internet che li attirava. Era il diversivo dalla strada. Una piccola stanza diventava per loro una grande restituzione di dignità affettiva.

Lo spazio protetto era davvero un valore aggiunto: spostava la relazione in un contesto nuovo che garantiva loro dignità e libertà di espressione. I ragazzi hanno colto questa possibilità: autonomamente facevano nascere dei momenti di libertà espressiva, guidati, supportati, ma autonomi. Erano momenti in cui si poteva essere ragazzini e concedersi momenti di svago e spensieratezza senza sentirsi giudicati o sotto pressione.

Intercettando e dando spazio all’esigenza di decompressione era più facile poi lavorare sulla relazione.

All’epoca era già nell’aria l’idea di avere un centro che potesse rispondere in maniera più efficace a tutti i bisogni. Ci fu la scelta del luogo: non troppo attaccato alla stazione Termini e non troppo distante. Volevamo che i ragazzi facessero una scelta nel venire ma non volevamo neanche che la distanza fosse un deterrente, una barriera. Allo stesso tempo l’eccessiva vicinanza a Termini poteva condizionare il nostro impegno nell’offrire ai ragazzi un luogo che sfugga alle dinamiche della strada e al controllo degli sfruttatori. 
Trovammo questo posto che era alla giusta distanza. Era una specie di tipografia, un laboratorio di stampa.

Ricordo il giorno in cui abbiamo detto ai ragazzi che li avremmo portati qui e che avremmo voluto il loro parere: “siete pronti? andiamo a vedere questo posto, sarà il vostro posto”. Si avvertiva già nei giorni precedenti l’euforia, una carica motivazionale contagiosa. E quando sono arrivati si sono trovati davanti questo spazio che a loro sembrava immenso. Immagina le opportunità che i ragazzi intravedevano in uno spazio così ampio. Spazio che presto sarebbe diventato il “primo Civico” quello al numero 10. Si sono sbizzarriti: “la palestra qua, il sacco da box, i computer”.

Abbiamo ascoltato, selezionato alcune delle proposte. Abbiamo continuato a lavorare sul desidero di prender parte o di far parte di Civico che nasceva. Abbiamo lavorato tanto sul valore simbolico del fatto che Civico lo stavano tirando su insieme a noi.
Quando sono arrivati i mobili ci sono venuti ad aiutare: volevamo misurare il loro senso di appartenenza, quanto stavamo andando nella giusta direzione, quanto questa loro partecipazione poteva fare da collante tra noi e loro dal punto di vista relazionale. Effettivamente è stato così, ha funzionato.

Non c’è mai stato un problema di razzismo o di intolleranza. Sempre tutto molto tranquillo.Io credo che in parte sia dovuto a questo lavoro condiviso di costruzione. Con i ragazzi abbiamo montato tavoli sedie, li sistemavamo nello spazio. Loro dicevano “mettiamoli qui non qui”. In seguito ci siamo detti “va bene qui, non ci può essere solo il biliardino e il sacco da boxe e il ping pong”. Allora abbiamo cominciato ad elevare il livello dei servizi di Civico e loro a venirci dietro: “beh sì, la stanza dell’avvocato ci vuole, è importante perché a noi ci serve”.

I ragazzi hanno piano piano cominciato a sedimentare un’idea di Civico che non era solo il panino o la doccia. Quegli aspetti là c’erano ed erano garantiti (avevamo lo stereo, la musica, la danza, loro venivano ballavano, cantavano), ma poi rimaneva spazio per altro che veniva percepito anche come importante che andava al di là di “voglio giocare e mi voglio lavare”, ma era “mi danno informazioni importanti per quando ho problemi con i documenti”. Così è nata la gerarchia dei servizi di CivicoZero.

Dopo aver dotato la struttura di mobilio, abbiamo cominciato a fare le rifiniture. E lì ci aiutarono anche altri ragazzi: i ragazzi che stavano nelle case famiglia, i ragazzi sub-sahariani.
Mi ricordo E., un ragazzo nigeriano con problematiche serie di gestione della rabbia, lui si era messo tutto il giorno su un tavolo per dipingere le canaline di plastica cilindriche che chiudevano i fili. Si misero a colorare ogni canalina di un colore diverso. Passammo dalla funzionalità del centro all’estetica del centro. C’era un ragazzo che chiedeva l’elemosina al semaforo, che aveva una sorella e una madre terribile, che aveva un grande talento nel disegno. Era sordo muto e comunicava con noi scrivendo. Conservo ancora un suo scritto.

Aprire questo Centro era una scommessa. Volevamo avesse un impatto positivo sui ragazzi. Abbiamo puntato molto sulla creazione condivisa del Centro in modo tale che i ragazzi si sentissero parte del progetto. Ed è andata proprio così: qui dentro non hanno rubato niente, non hanno mai fatto nulla che potesse essere aggressivo nei confronti nostri o della struttura. C’era ed è tutt’ora percepibile un rispetto del posto e delle relazioni che lo animano.
Il valore aggiunto da questo punto di vista è di aver avuto un punto zero, e questo punto zero ci accomunava. Rendeva questo posto quasi sacro e tutto quello che partiva da qui lo era.






#10ANNICIVICOZERO


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